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Cuore: la Carta del rischio

12 maggio 2013 • senza categoria, prevenzione 1653
L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha messo a punto uno strumento che stima la probabilità di andare incontro a un infarto miocardico nei successivi 5-10 anni. Si tratta della prima Carta del rischio italiana completa e aggiornata, comprendente anche i dati sulla popolazione femminile.

Lo studio, frutto di un’osservazione durata circa dieci anni su 17mila uomini e 22mila donne sani distribuiti su tutto il territorio nazionale, è stato coordinato dalla dottoressa Simona Giampaoli del Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica dell’Istituto Superiore di Sanità con la direzione del professor Marco Ferrario del Dipartimento di Scienze cliniche e Biologiche dell’Università dell’Insubria di Varese, con la collaborazione del professor Salvatore Panico del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università Federico II di Napoli e del dottor Diego Vanuzzo dell’Agenzia Regionale della Sanità del Friuli Venezia.
Entro l’anno i ricercatori completeranno il quadro del rischio cardiovascolare globale includendo tra le altre patologie anche l’ictus.

La disponibilità on line della Carta consente al navigatore interessato di inserire in un apposito questionario i propri dati e calcolare automaticamente il punteggio del rischio individuale, offrendo la possibilità di monitorare nel tempo la strategia di prevenzione adottata, una vera e propria “bussola”, per capire se la si sta andando nella direzione giusta.
E’ bene, però, ricordare che per quanto possa essere utilizzato da chiunque, questo strumento è stato messo a punto principalmente per essere usato dal medico o insieme al medico.

Tra i vantaggi della Carta del rischio c’è quello di valutare il rapporto costi/benefici delle strategie di prevenzione adottate.
“Finora abbiamo utilizzato prevalentemente carte statunitensi , costruite quindi su una popolazione con altre caratteristiche - afferma Panico - questa Carta che tiene conto delle differenze tra i sessi, delle peculiarità e degli stili di vita italiani risulterà preziosa, oltre che nell’identificazione dei soggetti a rischio, anche nel valutare il rapporto costi/benefici ottenuto applicando terapie farmacologiche e/o modificando gli stili di vita”

“La strada che ha portato al risultato ottenuto è stata lunga - afferma Enrico Garaci, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – E’ iniziata nella prima metà degli anni Ottanta con i progetti finalizzati del CNR. Ne è nato nel 1998 Il Progetto CUORE, finanziato con l’1% del Fondo Sanitario Nazionale, che ha coagulato intorno a sé gli interessi scientifici e l’entusiasmo di molti ricercatori in un “patto per la ricerca” coinvolgendo università, numerosi ospedali e medici di medicina generale e specialistica”.

Il Progetto CUORE è un progetto molto complesso con tre obiettivi.
“Il primo obiettivo - spiega la dottoressa Giampaoli - è stato quello della sorveglianza della malattia, espletata con l’attivazione del Registro nazionale degli eventi cardiovascolari, il secondo, realizzato insieme all’ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri), ci ha permesso di fotografare i dati relativi ai fattori di rischio attraverso metodi standardizzati e il terzo, certamente il più delicato e difficile, è stato quello di raccogliere e armonizzare gli studi epidemiologici longitudinali degli anni ‘80, contemporaneamente all’osservazione di chi sviluppava la malattia, in modo da studiare la relazione tra i fattori di rischio e infarto. Questo ci ha permesso, in particolare, di “pesare” quanto i singoli fattori, differenziati nei due sessi, avrebbero inciso nell’insorgenza della malattia, di metterli insieme e redigere la carta”.

E’ stato così stimato il rischio medio della popolazione italiana, che è risultato nell’età compresa fra 40 e 70 anni, del 5,8% in 10 anni negli uomini e 0,9% in cinque anni nelle donne.
“Si tratta di un risultato atteso poiché il rischio medio che abbiamo ottenuto - spiega Ferrario - conferma che la possibilità di sviluppare l’infarto cardiaco in Italia è più bassa rispetto agli altri paesi europei. Il dato sulle donne, inoltre, mai studiato prima d’ora, evidenza che esse corrono un rischio bassissimo di ammalarsi, soprattutto se non fumano”.

“Questo progetto e il suo completamento con la carta cardiovascolare globale - conclude il presidente Garaci - testimoniano l’impegno dell’Istituto nella prevenzione e nella tutela della salute dei cittadini italiani”.
(c.c. – Redazione Ministerosalute.it - Fonte: Istituto Superiore di Sanità)
Data pubblicazione: 23 gennaio 2003

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